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LE COLTIVAZIONI.
I terreni erano coltivati ovunque, fin oltre
i 1000 metri di altitudine, perché il bisogno di terra era tanto.
La coltivazione più diffusa e tra tutte la più antica
era la segale, questa graminacea aveva il pregio di resistere meglio
di altre al mutamento del clima. Un'altra era la questa o "furmentun"
(in dialetto), da essa si otteneva una farina ruvida di gusto assai
particolare. Si seminavano anche la fraina e il miglio, quest'ultimo
caduto in disuso dopo il Settecento. Più tardi si iniziò
a coltivare anche il mais o "melgone" la cui farina mescolata
a quella nera era la base per la polenta, ma serviva anche come alimento
per il bestiame. La patata da noi si iniziò ad usare verso la
metà dell'ottocento, entrò di diritto come una delle voci
principali della dieta contadina, contribuendo a risolvere non pochi
problemi alimentari. Introdotta dagli austriaci, nel nostro dialetto
ha assunto il nome di "tartiful", un termine di chiara origine
tedesca. Un posto importante nelle coltivazioni avevano: pere, mele
castagne e noci. Da queste ultime si estraeva l'olio, operazione svolta
dai mulini in attività, prezioso era il bosco, nel quale si andava
a raccogliere le nocciole, i lamponi, le more, i mirtilli e i funghi.
Molte erbe selvatiche, poi, costituivano, d'estate, una preziosa integrazione
all'alimentazione. Il caffè veniva fatto con le ghiande tostate,
oppure con la piccola quantità di orzo coltivata. Le vigne erano
scarse. Attorno al paese vi erano numerosi orti, collocati in modo da
ricevere il sole per la maggior parte del giorno. La cura di questi
piccoli appezzamenti era meticolosa. Vi si coltivavano: ravanelli, rape,
verze, fagioli, piselli, aglio, prezzemolo, zucche e zucchine. Alcune
famiglie, a partire dalla seconda metà dell'ottocento, si dedicarono
anche alla coltivazione dei gelsi, avendo intrapreso l'allevamento del
baco da seta. Un differente modo per procurarsi l'olio consisteva nella
raccolta delle bacche dei faggi, dalle quali si otteneva un prodotto
più leggero e profumato. |