| |
||||
II latte scremato, rimasto
nella conca dopo la scrematura della panna, veniva portato con secchi
di legno presso il focolare della cascina e versato in un grande caldaro
di rame, o coldirolo appeso ad una mensola girevole, detta scigogna, che
serviva per metterlo sul fuoco o toglierlo. Con quell'attrezzatura si
fabbricavano formaggio magro e mascarpa(ricotta). Portato il latte a circa
30° e girata la mensola verso l'esterno, si cagliava il liquido impiegando
un caglio ottenuto dallo stomaco di vitello o di capretto tagliuzzato
in pezzettini con l'aggiunta di aceto e di sale. Dopo un quarto d'ora
di ulteriore fuoco lento che manteneva il liquido a 35°, con un frangicagliata,
o rügaquagiada, ottenuto da un ramoscello di abete, che si muoveva
a vortice, si spezzettava la cagliata che stava risalendo a galla e che
alla fine si depositava in una unica massa sul fondo. Con scodelle di
legno o con un fazzoletto di tela a trama larga si toglieva la pasta e
la si metteva nello stampo, per lo più costituito da una striscia
di corteccia di legno arrotolata, detta fascera. I formaggi così
formati venivano posti su una spersola, colatoio solitamente costituito
da un'assicella inclinata sostenuta da un cavalietto di legno. Dopo un
primo indurimento, il formaggio veniva messo nel casello per la stagionatura,
salandolo e rigirandolo ogni due o tre giorni. Piccoli trucchi familiari,
nonché l'impiego di un latte più o meno scremato, davano
ai formaggi così ottenuti, detti magri, caratteristiche di maggiore
o minore bontà. |
||||
|
||||
messa in forma |
||||
| Testi tratti da L'Adda, il
nostro fiume di Pietro Pensa |