
Il modo più comune di cucinare le castagne fresche è sempre
stato quello di lessarle, utilizzando due differenti metodi di preparazione.
Il primo consiste nel cuocerla senza sbucciarla("el früü"),
il secondo, al contrario prevede che il frutto venga privato della coriacea
scorza esterna, ma non altrettanto della sottile pellicina più
interna("el möndeli"), per quest'ultime si sceglievano
quelle di taglia più grossa. Come già accennato esisteva
la tradizione "del früü di mort". In ogni casa la
sera del primo di novembre si preparavano le ballotte, in parte si mangiavano
la sera stessa e in parte venivano poste in un piccolo cesto, a disposizione
delle anime dei defunti che avrebbero visitato la casa in quella notte.
Le caldarroste("el büür"), invece si preparano facendole
arrostire col fuoco del camino, utilizzando la "padélé
dal büür", una teglia rotonda in ferro e dal lungo manico
che ha il duplice scopo di facilitare la rivoltatura del contenuto, in
modo da ottenere una cottura uniforme e, allo stesso tempo, evita al cuoco
di turno fastidiose scottature. Il maggior quantitativo del raccolto doveva
però essere conservato attraverso l'essiccamento mediante il calore
del fuoco o quello del sole. Le castagne essicate al sole servivano per
preparare i "bescüüciin". Il procedimento iniziava
con la cucitura dei "filarei". Si confezionavano con ago e filo
delle collane pìù o meno lunghe e si esponevano al sole
del tardo autunno. Quando i frutti erano appassiti al punto giusto venivano
portati dal fornaio per essere tostati. Successivamente si riponevano,
all'interno di un sacco di juta, nella parte più umida della cantina,
dove col tempo si sarebbero ammorbidite. Giunte alla giusta morbidezza
si potevano masticare senza grossi pericoli per la dentatura. Un quantitativo(a
discrezione della famiglia) di castagne essicate sulla "Graa"
e tostate in forno si portava al mulino per essere macinato, con la farina
ottenuta si cuocevano "i büüscei", una sorta di piccolo
pane; il resto lo si conservava per essere bollito. La castagne secche
erano sottoposte ad un'accurata cernita, quelle più bianche e integre
si potevano cuocere e mangiare da sole oppure immerse nel latte freddo.
Quelle frantumate durante la fase di battitura o mal conservate venivano
destinate al bestiame. Il liquido concentrato, di colore marrone carico,
ottenuto dalla cottura, chiamato nel gergo locale "colobié"
, non veniva gettato, in genere lo si dava ai maiali. Spesso lo si utilizzava
pure per cuocervi le patate che, sbucciate e tagliate a metà nel
verso della lunghezza, assumevano sia il colore sia il sapore dolce del
liquido riciclato. Infine va ricordato un metodo assai più arcaico
di bollire la castagna secca "el belüünech". Il frutto
non privato della scorza esterna, quindi non battuto, veniva immerso in
abbondante acqua e cotto a lungo, a metà cottura si immergeva nel
paiolo un ferro arroventato per far sì che la buccia si raggrinzisse
in modo da facilitare la sbucciatura. Si lasciava consumare tutto il liquido,
prima di toglierle dal grosso pentolone. Concludendo, dobbiamo proprio
affermare che la castagna è stata per Pagnona, una buona fonte
economica.
Numerose sono anche le ricette che si possono realizzare: o con i frutti
o con la farina da essi ricavata; Semplici come le stesse castagne ed
uniche come le persone che ci hanno così calorosamente trasmesso
queste tradizioni.
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