Dal legno del castagno selvatico, si ottenevano assi per fabbricare mobili rustici e serramenti, tronchi e rami venivano usati per le intelaiature dei tetti; invece, dalla semplice potatura di un Erbul, si potevano ottenere diversi quintali di buona legna da ardere, quest'ultima era altresì considerata una pregiata materia prima, dalla quale si ricavava dell'ottimo carbone. La coltura della castagna, non è più così praticata come un tempo. A farne da testimoni, sono gli anziani del paese che abbiamo intervistato più volte, al fine di raccogliere tutte quelle notizie di storia e tradizione che trovate in diversi punti del sito. Tramite la loro buona memoria ci riportano indietro di qualche decennio raccontandoci che: «Ai nostri tempi, in autunno, verso la fine di ottobre, si raccoglievano i frutti, abbacchiando i ricci per mezzo di una pertica, salendo sugli alberi e passando da un ramo all'altro. Occorrevano forza, equilibrio e sicurezza; il lavoro era pertanto affidato all'uomo più valido della famiglia. Si utilizzavano tre tipi di pertiche con differenti lunghezze; la "Pérteghé", tra tutte la più lunga, misurava dai 10 ai 12 metri, il "Mezzanot" variava dai 6 agli 8 metri, infine, la più corta,"Perteghiin", circa tre metri. Ottenere una pertica, ben dritta e robusta, non risultava lavoro semplice, al contrario richiedeva molta pazienza e parecchia maestria. Innanzitutto ci si recava a piedi, naturalmente, nella vicina Valtellina sulle pendici degli alpeggi di Delebio. Si giungeva fino ai piedi del Legnone e da li, si scendeva fino a trovare quei boschi dove crescevano gli alberi più dritti e sani, se ne tagliavano alcuni avendo cura che possedessero un diametro di almeno 10-12 centimetri, ce li caricavamo sulle spalle e si tornava a casa. Una volta in paese, a suon di pialla e stando attenti "a mìghé fac tra la scaié" (a non scheggiarle) per non dover ripercorrere di nuovo quella lunga strada, si realizzavano le pertiche. Ultimate mantenevano un diametro di circa 5 centimetri all'impugnatura e di 3, pressappoco, all'estremità opposta. Da ultimo si applicava lo "Scals", ossia un pezzo di lamiera attorcigliata attorno al fondo della pertica faccendogli assumere la forma simile a quella di un imbuto. Questo marchingegno serviva ad assicurare le pertiche ai rami, quando ci si trovava sugli alberi e non si disponeva di un appoggio scarsamente sicuro, inoltre, una volta terminato il lavoro di abbacchiatura, le pertiche venivano lasciate cadere al suolo in verticale e lo scals, conficcandosi nel terreno, evitava possibili rotture dello strumento. Il lavoro di abbacchiatura non era per niente semplice, al contrario richiedeva: buon occhio, grandi sforzi, di conseguenza un fisico prestante, abilità nell'arrampicarsi, ottimo equilibrio, pazienza e… delicatezza! Infatti si prestava attenzione a far cadere solo il riccio ma non "el momi" (le estremità del ramo da cui pendevano i ricci). Quando le castagne cascavano da alberi posti su ripidi pendii tendevano a rotolare a valle, fermandosi magari sul terreno del vicino; ne aveva diritto il proprietario dell'albero, ma naturalmente non poche furono in passato le liti che nacquero, specialmente quando per arrestare i frutti si costruivano barriere con rami intrecciati (Scesé).
Al suolo, donne e ragazzi, raccoglievano i frutti fuorusciti dai ricci, in cesti ("cavagne") o nella grande tasca di un caratteristico grembiule detto "vuidarööl" portandole poi al riparo, mentre con un rastrello dai denti lunghi e radi "Rastell dai risc", si formavano mucchi di ricci ancora chiusi ("risceer"), che venivano in seguito coperti con fogliame e rami. Protette così dal gelo, le castagne, si toglievano dal "risceer" poco alla volta, per mezzo di un piccolo rastrello, chiamato "picarööl", si battevano i ricci per farle uscire, quindi si raccoglievano, a casa si riponevano nell'"Archiin" (particolare tipo di cassapanca in legno), si coprivano col le foglie del faggio, quelle rimaste dopo aver imbottito il "bisacott" (giaciglio in tela di iuta il cui interno conteneva proprio questo tipo di fogliame), per conservarle al caldo e all'asciutto.»