Ricordo……un
tempo che fu, ricordo la mia gioventù.
La scuola in paese cominciava nei primi giorni d'Ottobre e terminava a
metà Giugno. Vi era la possibilità di frequentare solo le
prime tre classi elementari, riunite in un'unica aula, ed i pochi insegnanti
erano tutti originari del paese. I rapporti con loro erano molto rigidi,
l'aula piccola e la classe assai numerosa. Ricordo i banchi di legno alti
e stretti, con nel mezzo il buco dal quale attingere l'inchiostro, ottenuto
spremendo il frutto di sambuco e per questo di color marrone.
Utilizzavamo cartelle di stoffa riciclata oppure di cartone e pochi erano
gli strumenti necessari per lo studio; un abbecedario, una penna, una
matita e qualche quaderno. Ogni giorno, finita la scuola ci s'impegnava
in altre attività, differenti per ragazzi e ragazze ed in relazione
alle stagioni.Il lavoro in campagna era molto importante; trasportavamo
legna, carbone e fieno magro (sciarnioon) e quotidianamente accudivamo
alle bestie.Le ragazze si dedicavano invece ai lavori domestici.Tanta
era la fatica, ma non mancavano i momenti di svago e si coglieva sempre
l'occasione per fermarsi in qualche radura a ballare e cantare, accompagnati
dal suono di una fisarmonica, armonica a bocca oppure di un flauto di
legno. Erano tempi economicamente molto difficili e il paese non conosceva
il benessere manifestatosi poi con il passare degli anni.Il lavoro era
carente, molti erano, infatti, gli emigranti in cerca di fortuna, soprattutto
nella vicina Svizzera, dove prestavano la loro opera come muratori.Qualcuno
rimaneva in paese dedicandosi alle attività di scalpellino, fabbro
ferraio, carbonaio, boscaiolo, mugnaio. In famiglia si viveva perciò
con i soldi provenienti da queste attività.Le donne ed i giovani
rimasti in paese si occupavano direttamente delle coltivazioni e della
pastorizia; altre piccole fonti di guadagno consistevano nell'allevamento
del baco da seta e nella vendita di pizzi e ricami, prodotti del lavoro
femminile.Riuscivamo a sopravvivere grazie ai prodotti dell'agricoltura
e dell'allevamento; dalla terra si ricavavano le castagne, consumate tutto
l'anno in molti modi, modeste quantità di patate, orzo, ghiande,
dalle quali tramite tostatura si otteneva una bevanda simile al caffè,
ed inoltre biada, frumento e molta frutta e verdura in relazione alle
stagioni. L'allevamento era fonte preziosa di latte e derivati oltre alle
uova. La carne in tavola era evento molto raro, appariva solo in particolari
occasioni e festività. L'alimentazione risultava quindi scarsa
e poco variata. Nonostante ci trovassimo a vivere attorno alla soglia
di sussistenza, forte era la voglia di stare insieme e la ricerca di compagnia.
Molto diffuso era il gioco delle bocce oltre a quello delle carte e della
morra; erano altresì considerati un divertimento la caccia e la
pesca di frodo. I bambini si divertivano giocando alla girelè,
alla cionè,la trotolè e ul tucc. Un' usanza particolare
era quella del " sunà giner", una variante tipica della
cacciata dell'inverno, che si protraeva per l'intero mese di Gennaio.La
festa tradizionale pagnonese coincideva con la relativa festività
religiosa,come il corpus domini.Ricordo il paese addobbato con lenzuola
finemente ricamate,ceri, fiori e verzure.Poi vi era la festa della madonna
addolorata, la festa del patrono S. Andrea e quella do Santa Lucia. I
matrimoni venivano festeggiati in modo molto semplice,dopo la funzione
in chiesa era tradizionale il banchetto in casa degli sposi a base di
minestra, bollito e dolci caserecci,serviti su tavole addobbate con tovaglie
finemente ricamate. Naturalmente a fronte di una situazione di povertà,
l'abbigliamento era rigorosamente essenziale. Particolari erano gli zoccoli
costruiti con legno di tiglio e soprattutto i taff, scarpe molto particolari
realizzate con rimasugli di stoffa e con suola fatta di cascami(residui
di lavorazione dei filatoi) e stracci strettamente pressati e cuciti.
Gli uomini indossavano pantaloni di fustagno o panno per il lavoro e quelli
di velluto per la festa, le camice erano di tela o flanella e sopra di
esse si indossava un gilet artigianale chiamato giacch. Le donne vestivano
con il tipico costume( stampadèl), ne possedevano uno particolare
per la festa. Testimonianza importante della nostra condizione difficile
di vita era la quasi totale assenza di un servizio sanitario locale; in
rari casi ci si rivolgeva ad un medico, e per farlo era necessario spostarsi.
Almeno fino al secondo dopoguerra enormi erano le difficoltà di
movimento nel territorio, ci spostavamo prevalentemente a piedi e per
molti chilometri camminavamo prima di giungere nel luogo in cui poter
usufruire degli ancora scarsi mezzi pubblici. Motociclette e biciclette
già percorrevano la prima strada carrozzabile giunta in paese,
costruita tra il 1916-18. Le prime automobili arrivarono in paese attorno
al 1950 e il servizio di trasporto pubblico fu introdotto solo nel 1958.
Mi ritornano alla mente i tristi tempi di guerra. La Prima Guerra Mondiale
aveva lasciato poche tracce in paese, ricordo solo la costruzione della
prima strada carrozzabile che un tempo, ora non più, collegava
direttamente la Valvarrone alla Valtellina, la Seconda invece fu molto
dura per le critiche condizioni economiche in cui versavamo. Fino al 7
maggio 1944 non vi furono presenze militari in paese, perché solo
in quella data giunsero i Repubblichini scatenando le lotte partigiane.
Non ricordo truppe tedesche in paese, giungevano solo per bruciare le
case e portarsi via i giovani. Questo è il paese dei miei ricordi,
ora le cose sono cambiate…la fine della guerra ha significato un
graduale passaggio da una vita montano-contadina ad una decisamente improntata
al lavoro dipendente in campo industriale ed edilizio.
Serbo con cura il mio dialetto, quel dialetto che un tempo era la nostra
lingua, custodisco nei miei ricordi l'allegria spensierata della gioventù,
tutti avevamo fame, ma la vita semplice era la nostra felicità.
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