Omaggio a Don Luigi Riva
 
 
 

Don Luigi Riva giunse a Pagnona il 6 ottobre 1968, una splendida giornata autunnale, come egli stesso amava ricordare, da subito iniziò a contattare gli abitanti del paese. Lo fece per le strade, nei bar, in chiesa, qualsiasi posto era adatto allo scopo, qualsiasi circostanza era adeguata.
Fu per tutti una piacevole sorpresa quella di vedere, più del nuovo parroco, un uomo il quale voleva sentirsi pienamente integrato nella comunità. Maggiormente furono gli anziani ad essere meravigliati dai suoi modi cordiali, dal suo parlare semplice e schietto:
«Come! Un prete che non sembra un prete? Ma dov'erano finiti i modi burberi dei suoi predecessori? Come poteva il gracile pretino far valere la sua autorevolezza?»
Don Luigi però non pensò mai di rappresentare in alcun modo l'autorità, voleva essere un fratello, tra i fratelli. Questa fu anche l'idea, insieme a quella di una comunità attiva, che volle fortemente trasmettere a noi giovani di allora. Noi fummo subito affascinati dalle sue numerose iniziative che ci coinvolsero, le ricordiamo ancora con piacere, sopra le altre ci presero in particolar modo la redazione del giornalino “La Sorgente”, il Coro della parrocchia e la piccola ma grande Compagnia Dialettale. La sua recente scomparsa ci ha suggerito l’idea di dedicargli una pagina del sito, lo facciamo riportando tre delle sue poesie (lui preferiva chiamarle “pensieri”) raccolte nell’opuscoletto “Fili d’Amicizia” donato alle famiglie di Pagnona in occasione della Pasqua 1980, l’anno in cui scelse di percorrere il suo cammino di parroco lontano dal paese che aveva tanto amato.
Se ne andò, ma la sua semina già iniziava a dare i desiderati frutti, ce ne rendiamo conto noi giovani di allora, pur lontani, non smettemmo mai di amarlo come un fratello maggiore, forse non lo manifestammo esteriormente, il nostro carattere schivo ce lo impedì.

 
SUL LEGNONE
L'ADDOLORATA
Aspra montagna,
non dai tregua a chi sale la tua china.
Tra le pietraie sferzate dal vento
flagellate dalla tempesta
sfidano indomiti, il freddo e il sole
i rododendri e le genzianelle,
unico conforto al lento andare.

Come la vita, non hai pianure
che per una breve sosta.

M'arrampico come posso:
affranto, mi fermo
vicino alla grande croce.
Dalla nuda tua vetta
allora
abissi si aprono agli occhi
e questo cielo blu, chiuso, lontano,
dalla catena delle Alpi.

Sento richiami di voci misteriose:
come Pietro, sul Tabor.
anch'io
vorrei piantare una tenda
e restare qui
per sempre.

L'aria di settembre
con le prime foglie appassite
è colma di musica:
anche i bambini esplodono la gioia.
Alle prime ombre del tramonto
la chiesetta sarà un fascio di luce,
un lento pellegrinaggio di ceri
farà delle viuzze un velo a colori
per il volto di Maria.

Un paese s'incontra
per dirsi l'oscurità del vivere
e la speranza.
Facciamo festa amici !
Almeno oggi.

  INVERNO
Tra coltri di neve scompari
e t'addormenti,
spoglia di foglie
per una notte d'amore.
In cielo, come tante fiammelle!
le stelle brillano,
scrivendo sconosciuti alfabeti
per i nostri sogni inquieti.
Il silenzio ti stringe:
lo senti entrare nella tua carne
come il seme nella terra.
E già tutto germoglia.

 
01/03/2003