...Profili
biografici sul capostipite dei pittori-incisori Giovanni Maria Tagliaferri
La figura del primo dei famosi artisti, il più grande e geniale,
viene stagliata giù alla brava come un montanaro della sua Valle:
cranio brachicefalo, occhi mobilissimi e fondi, e azzurri, come quelli
di tutti i Tagliaferri pagnonesi; carattere arguto ma schivo, come ogni
Valligiano. E, soprattutto, umile, pur nella sua gloria di pittore affermato.
Nacque a Pagnona il 5 febbraio 1809. Raccontano di lui che amasse tutte
le bellezze della natura per una istintiva sensibilità che lo faceva
proclive a raccoglierne i palpiti, da penetrarne inconsciamente i sottili
segreti, con quell'umiltà di cui solo l'artista vero è capace.
Rapito dalla selvaggia bellezza delle montagne circostanti Pagnona, rimaneva
attonito - raccontano - e, come incantato, dinnanzi al miracolo dei tramonti
accesi e delle albe rosate. Narrano come il fanciullo inseguisse gli uccelli
nei boschi e ne fermasse i voli rapidi e sghembi, con sgarze e sgorbie,
sul cortice dei castagni annosi e delle farnie secolari della sua Val
Varrone. Nei suoi affreschi, nelle sue tele e incisioni appare l'incantesimo
delle bellezze naturali con i sentimenti che esse provocano nell'animo
commosso dell'artista, ma anche dell'uomo innamorato del paesaggio famigliare.
Il piccolo Giovanni Maria rincorreva le capre mentre le accompagnava sui
pascoli, come tutti i pastorelli della sua età; ma appena finite
le scuole elementari cominciò ad apparire diverso dagli altri,
facendosi notare per l'acutezza dell'ingegno. Un giorno, finito il vagabondare
per le montagne e i boschi. a bacchiare castagne, vinta la tenace riluttanza
ad abbandonare la « sua » Pagnona, lo costrinsero ad andare
da uno zio paterno, fabbro, che in Venezia teneva una forgia. Raccontano
che il fanciullo-pittore abbandonasse piangendo la sua Val Varrone. Ma
il tirare del mantice, il duro lavorar con le grandi tenaglie a mascella,
per arroventare sulla fucina il ferro, l'acre sapore ferrigno della forgia
gli davano un senso di oppressione e di angoscia. Un mattino di luglio
fuggì. Giunse a Milano. Trovò un impiego e contemporaneamente
si iscrisse alla Regía Accademia di Belle Arti di Brera, da cui
uscì brillantemente diplomato. Giovanni Maria non tardò
ad imporsi. Creò uno stile, un archetipo del modo di incidere,
ripreso e seguito dai figli e discendenti in tutta la Valsassina ed anche
oltre i confini del Lombardo-Veneto. Fu incisore-capo presso l'editore
Vallardi. E fu in quel lontano periodo.che dall'unghia del suo bulino
fiorirono le opere più significative. Incisione di squisita fattura
è la famosa Madonna della Seggiola, il cui rame inciso conserva
un tardo cugino del capostipite; seguirono la Madonna di Biandino, forse
l'opera più famosa in Valsassina, il quadro cronologico di tutti
i Papi da S. Pietro a Pio IX e poi tutta una numerosissima. serie (era
un lavoratore instancabile) di soggetti sacri misti ad altri di carattere
profano. Non mancano, a sottolíneare il carattere arguto e burlesco
del pagnonese, vignette satiriche, pungenti e d'intelligenza boccaccesca,
sui vizi e i difetti o le manie degli uomini. Spirito libero da ogni convenzionalismo
di tradizione (fatto eccezionalissimo in un Pagnonese, legato tutt'oggi
alle forti tradizioni), seguì l'impulso della sua spontaneità
creativa e si lasciò trascinare solo dalla Fede, in virtù
della quale, le sue opere sacre sono pervase di mistica grazia e le sue
« Madonne » di incomparabile bellezza e pacatezza. Ebbe nel
disegno un innato senso musicale del colore per una delicata lievità
di linee ed una sinuosità sottile di volute che nelle sue composizioni
si intrecciano morbide e armoniose. Infine, l'ansia tormentosa di ricerche
e di tentativi per creare nuove espressioni d'arte che - quasi per magia
- gli avrebbero dato effetti inconsapevoli, lo spinse a trattare, per
primo, l'incisione dell'acquaforte su marmo bianco. Ed una pregevole opera
siffatta si può ammirare sui due altari nella Chiesa di Margno.
La nostalgia di Pagnona cominciò a penetrare sempre più
profondamente nel suo animo sensibilissimo, togliendogli quella serenità
di cui ha bisogno l'artista. E verso il 1850, quando diminuì la
richiesta di incisioni, per i sistemi introdotti in quell'epoca di riproduzione
meccanica di quadri a colori, ad olio (oleografie), ritornò a Pagnona,
dove si dedicò alla pittura e all'affresco di numerose chiese e
numerose cappelle sorte nella Vallata in ringraziamento per la scampata
peste del 1628; flagello che portò al totale spopolamento di numerosi
paesi della Valsassina, risparmiando solo il comune di Pagnona (Gianola,
1895).
I Discendenti
Accanto alla figura del capostipite Giovanni Maria, che morì
a Pagnona il 28 maggio 1879, meritano di essere ricordati anche i numerosi
figli e i nipoti dell'artista, anch'essi pittori. Degli undici figli,
ben cinque ereditarono l'arte paterna e la professarono (ved. grafico
sulla « Genealogia ed ereditarietà del talento »).
Lo stesso dicasi per quattro nipoti." Di alcuni viventi non si conoscono
le doti artistiche. Come pure di tutte le donne dell'illustre famiglia.
Fatto rimarchevole in questa genealogia di pittori è la comparsa,
talora, di donne non appartenenti al « clan » pagnonese. Questo
particolare è importante se si considera la tradizionale endogamia
della popolazione. La tradizione impediva, infatti, la contrazione di
matrimoni fuori del proprio gruppo etnico, ossia della discendenza: di
qui la forte consanguineità delle famiglie pagnonesi. La moglie
del capostipite Anna Maria Pandíani nacque a Tremeníco (6
chilometri da Pagnona)...
(Da: “CONSIDERAZIONI ETNICHE, GENETICHE ED ARTISTICHE SU UNA GENEALOGIA
DI PITTORI IN UNA COMUNITÀ ISOLATA DELLE PREALPI LOMBARDE”
Adelaide Buonaguidi - 1974)
|